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Vinile VS. Streaming: alla ricerca della migliore qualita’ audio

Londra (Giovanni Davoli) E’ il caso di dirlo forse si stava meglio prima?

E’ un argomento diffuso che si stava meglio prima. In tutte le cose della vita. E vale anche per l’ascolto di musica. Il vinile, dicono, ha un suono migliore, “più caldo”, “piu’ fedele”.

Ascoltare musica in streaming (“su Spotify”) sarebbe, secondo i cultori del vinile (in genere gente che ha almeno 40/50anni, quindi sospetti di nostalgia), sacrilegio. A parte che l’ascolto sarebbe “distratto” e non piu’ consapevole (argomento che non ha nulla a che fare con il vinile o lo streaming). Soprattutto, la musica in streaming “suona male”. Ma in realtà le cose sono un pochino piu’ complicate. Facciamo ordine.

Londonone radio skyIl vinile produce un suono analogico che viene trasmesso all’amplificatore e poi alle casse, restando tale. Ma già la qualità del giradischi, della puntina, dell’amplificatore e delle casse e addirittura del vinile (non sono tutti uguali, il peso dell’oggetto e le tecniche di masterizzazione fanno una differenza), sono tutti fattori che incidono enormemente sulla fedeltà audio.

La musica liquida e’ innanzitutto un file digitale: dati, non suoni. Per essere ascoltato, il dato va convertito in analogico. A questo fine, ogni device musicale, compreso il tuo smartphone, ha quindi un DAC (Digital to Analog Converter).

E’ quindi ovvio, che a parte la qualità dell’amplificatore e delle casse (o cuffie) con cui ascolti la musica in streaming, ci sono altri due fattori che incidono sulla qualità della stessa: il file e il DAC.

-I FILE E LO STREAMING

Sicuramente la qualità del file ha una influenza enorme. E sicuramente, oltre il 98% dei consumatori globali di musica digitale ascoltano file di bassa qualità che, a parità di altre condizioni, hanno un risultato audiofilo inferiore al vinile. Spotify (che detiene il 36% del mercato globale di musica digitale, percentuale che in Italia e’ ancora piu’ alta), ma anche altre piattaforme, usano infatti file compressi: MP3, MP4, AAC, ecc.. Tutti file che sono stati “compressi” e resi meno pesanti per poter essere piu’ facilmente, riprodotti e scaricati. Rispetto ai file contenuti nei CD, il vettore musicale che dominava il mercato prima dello streaming, un file pesa tranquillamente 3-4 volte meno, calcolato in MegaByte. Che conseguenze ha questo? Basta ascoltare con le proprie orecchie. I suoni sono meno definiti, i vari strumenti e la voce si distinguono meno l’uno dell’altro, non c’e’ dinamismo audio, ecc… Ognuno può descriverlo come vuole. A me piace dire che “non c’e’ spazio tra gli strumenti”.

Anni fa sono nati allora due servizi in streaming che offrono file “non compressi”, in “qualità CD”, designati da sigle come: AIFF, ALAC, ecc… Tidal dichiara circa 3 milioni di abbonati. Qobuz ne dichiara 250.000.

I loro servizi “premium”, con file di qualità almeno pari ai CD, hanno un costo che e’ almeno il doppio di un abbonamento a Spotify. E in un mercato di 300.000.000 di abbonati ai servizi streaming, le percentuali sono presto fatte. 

Quest’anno sia Apple Music che Amazon Music hanno inaugurato la possibilità per i loro abbonati di accedere a file “non compressi”, “Lossless”. Spotify ha annunciato a febbraio una simile mossa “entro il 2021”, ma agli annunci non sono seguiti i fatti.

La differenza tra un file AIFF e uno MP3, o tra AAC e ALAC (per rimanere nell’universo Apple), credo sia distinguibile anche a un orecchio non allenato. Oltre al peso del file cambiano tutti gli altri parametri che misurano la qualità’ musicale. Tidal e Qobuz (e ora Apple Music e Amazon) offrono anche dei file a Alta Risoluzione, spesso pagando un abbonamento più alto: 24/32 bit, invece dei 16 della qualità CD. In teoria, si passa a una “qualità studio”: ascolti la musica come se fossi i studio con i musicisti. Anche se molti contestano che possa essere vero e, in ogni caso, non e’ possibile senza un DAC adeguato.

Donna In Camicia Bianca Utilizzando Macbook Argento

-IL DAC E IL LETTORE DI RETE

Come dicevo, senza DAC, i dati contenuti nel file non si trasformano in suoni. Il tuo smartphone ha un DAC incorporato anche se non lo vedi. Si tratta pero’ di DAC di qualità minima, con l’eccezione di qualche recente modello di iPhone, Xperia e LG. Ma anche in questi casi, per ottenere una certa qualità bisogna comprare dei DAC esterni da connettere allo smartphone. Con poche centinaia di euro se ne trovano di buona qualità, come quelli delle case AudioLAB o AudioQuest. Collegate lo smartphone al DAC esterno e quest’ultimo a casse o cuffie di qualità e l’alta risoluzione e’ servita.

 

Ma c’e’ ancora un problema: la connessione senza fili tra il DAC e le casse toglie qualità. Che sia Bluetooth o wifi (la nuova tecnologia Bluetooth APTX, per quei device che la supportano, darebbe risultati migliori), nel passaggio qualcosa si perde.

La soluzione? Il “lettore di rete”, “music streamer” in inglese. Un aggeggio, più piccolo di un amplificatore tradizionale, che connetti, VIA CAVO, all’amplificatore o alle casse. Il lettore di rete si connette all’internet e, nel lettore stesso risiede il servizio streaming cui sei abbonato, con i relativi file.

Sul tuo telefono, scarichi un app che funge solo da telecomando per il lettore. Ma il file non e’ nel telefono, e’ nel lettore. Quindi, nessuna perdita di qualità dovuta alla trasmissione senza fili. Diminuiscono enormemente anche i problemi di buffering che sono tipici dei file pesanti di Tidal o di Qobuz che non hai previamente scaricato (problema sconosciuto a chi solo ascolta i file compressi di Spotify).

E, dulcis in fundo, un buon lettore di rete possiede un eccellente DAC. Puoi anche connettere il lettore alle tue cuffie wireless: perdi nella trasmissione wireless, ma ci guadagni il DAC.

-CONCLUSIONE: OGNUNO SI DIVERTE COME SA

In conclusione, quindi il vinile non e’ meglio dello streaming. E’ un’altra esperienza, sicuramente. A cominciare dai rituali che la contraddistinguono.

Continuando con il fatto di avere un oggetto fisico in mano e la soddisfazione conseguente. E certamente, per chi ha almeno 45-50 anni, la liturgia del vinile ha un valore nostalgico che non si può sottovalutare: fino agli anni ’80 c’era solo quello.

Ma il suono di un vinile, magari rovinato (problema che non esiste con il file musicale) e suonato con un sistema di qualità modesta, e’ certamente molto inferiore di quello di un file di alta risoluzione, suonato con tutti i crismi tramite DAC e lettore di rete.

Ricordiamo pero’ che essere audiofili e cercare un’esperienza di alta qualità sonora non ha niente a che vedere con essere amanti della musica. Ci sono musicisti di grande valore artistico che ammettono candidamente di ascoltare la musica su Spotify collegato a cuffie qualunque.

L’audiofilo, alla fine, potrebbe benissimo essere un individuo affetto da DOC (Disturbo ossessivo-compulsivo), sempre alla ricerca di una perfezione che non esiste. E se e’ cosi’ rischia di divertirsi molto meno del ragazzetto che non ha mai sentito parlare di DAC o lettori di rete e non ha mai visto un vinile in vita sua.

Per cui, in fin dei conti, l’unica cosa che conta e’ che vi divertiate ad ascoltare la vostra musica, come sia.

 


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